MUSK
RECENSIONE
MUSK - "LA PIÙ GRANDE DEBOLEZZA DELL'OCCIDENTE È L'EMPATIA" - SPECIALE VENEZIA 83
Alex Gibney presenta all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia Musk, documentario dalla durata monstre di quasi quattro ore. Era legittimo temere un racconto accondiscendente anche considerata la produzione NBC; invece Musk è un'incessante demistificazione della storia imprenditoriale del magnate e delle sue folli dichiarazioni pubbliche.
Il regista ha tentato di intervistare Elon Musk, il quale ha rifiutato definendo il progetto come un "hit-piece", ovvero un tentativo pretestuoso di rovinare la sua reputazione. Di fronte al rifiuto, Gibney ha deciso di servirsi di un'IA, alla quale ha dato in pasto tutte le interviste disponibili rilasciate dal miliardario americano nel corso degli anni: il risultato è un avatar che risponde alle domande al suo posto, utilizzando le sue stesse parole, con il suo aspetto ma con quell'effetto "uncanny valley" tipico dei video realizzati con l'intelligenza artificiale. La resa straniante del doppelgänger virtuale non fa altro che amplificare la follia di alcuni passaggi e si sposa alla perfezione con l'altra invenzione visiva di Gibney: un videogioco sparatutto in prima persona in cui Musk elimina, ovvero licenzia, prima i dipendenti di Twitter e poi i dipendenti governativi durante la seconda carica Trump.
Proprio come in un videogioco, Elon Musk crede di essere un protagonista con attorno npc (personaggi non giocanti). Questo emerge dal modo in cui tratta chi gli sta intorno, persino le mogli.
È questa la parte più inquietante del documentario: la costruzione di una "legione di bambini". Attraverso l'intervista all'ex moglie Justine Musk e all'influecer Ashley St. Clair, Gibney racconta di come Musk realizzi la sua ideologia natalista mettendo incinta diverse donne, poi abbandonandole con i bambini. Propone loro dei veri e propri contratti, con un primo versamento di 15 milioni di dollari seguito da 100.000 dollari al mese per ventuno anni. Il tutto accompagnato da un accordo di riservatezza che vieta alle madri di rivelare la paternità dei bambini. Un modus operandi ben strutturato che dimostra la veridicità di quello che Musk afferma in una delle sue interviste: l'empatia è una debolezza.
Si parla anche di un grande quartiere privato, fornito di scuole e altri servizi, costruita da Musk per far vivere la sua famiglia allargata. Una distopia reale in cui la sua ossessione per il calo demografico assume le sembianze di un episodio di Black Mirror.
Il regista ha tentato di intervistare Elon Musk, il quale ha rifiutato definendo il progetto come un "hit-piece", ovvero un tentativo pretestuoso di rovinare la sua reputazione. Di fronte al rifiuto, Gibney ha deciso di servirsi di un'IA, alla quale ha dato in pasto tutte le interviste disponibili rilasciate dal miliardario americano nel corso degli anni: il risultato è un avatar che risponde alle domande al suo posto, utilizzando le sue stesse parole, con il suo aspetto ma con quell'effetto "uncanny valley" tipico dei video realizzati con l'intelligenza artificiale. La resa straniante del doppelgänger virtuale non fa altro che amplificare la follia di alcuni passaggi e si sposa alla perfezione con l'altra invenzione visiva di Gibney: un videogioco sparatutto in prima persona in cui Musk elimina, ovvero licenzia, prima i dipendenti di Twitter e poi i dipendenti governativi durante la seconda carica Trump.
Proprio come in un videogioco, Elon Musk crede di essere un protagonista con attorno npc (personaggi non giocanti). Questo emerge dal modo in cui tratta chi gli sta intorno, persino le mogli.
È questa la parte più inquietante del documentario: la costruzione di una "legione di bambini". Attraverso l'intervista all'ex moglie Justine Musk e all'influecer Ashley St. Clair, Gibney racconta di come Musk realizzi la sua ideologia natalista mettendo incinta diverse donne, poi abbandonandole con i bambini. Propone loro dei veri e propri contratti, con un primo versamento di 15 milioni di dollari seguito da 100.000 dollari al mese per ventuno anni. Il tutto accompagnato da un accordo di riservatezza che vieta alle madri di rivelare la paternità dei bambini. Un modus operandi ben strutturato che dimostra la veridicità di quello che Musk afferma in una delle sue interviste: l'empatia è una debolezza.
Si parla anche di un grande quartiere privato, fornito di scuole e altri servizi, costruita da Musk per far vivere la sua famiglia allargata. Una distopia reale in cui la sua ossessione per il calo demografico assume le sembianze di un episodio di Black Mirror.
Ma il racconto non si limita alla sfera personale. Emergono tutte le contraddizioni macroscopiche: l'impero economico costruito grazie alle sovvenzioni statali, l'allarmismo per l'intelligenza artificiale smentito dai suoi investimenti nel settore. Dal passaggio dal professarsi protettore della libertà d'espressione alla gestione egemonica di Twitter.
Se il montaggio incalzante è un punto di forza del Musk di Gibney, le invenzioni visive dell'avatar e del videogioco alla lunga appaiono un artificio forzato. Inoltre, seppur costituisca un ottimo compendio di una vicenda ultraventennale, emerge anche il limite di un racconto che non aggiunge elementi inediti a ciò che la cronaca non abbia già ampiamente documentato.
Per un regista che ci ha abituati a racconti delle storture del potere americano — da Enron: l'economia della truffa (2005) sul fallimento del colosso dell'energia Enron corporation a Going Clear (2015) su Scientology — la posta in gioco era alta. Gibney centra l'obiettivo regalandoci un ritratto mai accomodante, una panoramica che ci fornisce le coordinate per comprendere una delle persone più influenti, nostro malgrado, del pianeta.
Se il montaggio incalzante è un punto di forza del Musk di Gibney, le invenzioni visive dell'avatar e del videogioco alla lunga appaiono un artificio forzato. Inoltre, seppur costituisca un ottimo compendio di una vicenda ultraventennale, emerge anche il limite di un racconto che non aggiunge elementi inediti a ciò che la cronaca non abbia già ampiamente documentato.
Per un regista che ci ha abituati a racconti delle storture del potere americano — da Enron: l'economia della truffa (2005) sul fallimento del colosso dell'energia Enron corporation a Going Clear (2015) su Scientology — la posta in gioco era alta. Gibney centra l'obiettivo regalandoci un ritratto mai accomodante, una panoramica che ci fornisce le coordinate per comprendere una delle persone più influenti, nostro malgrado, del pianeta.
Di Luca Palumbo
09/09/2026