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REFLECTION IN A DEAD DIAMOND

RECENSIONE

REFLECTION IN A DEAD DIAMOND - I DIAMANTI DI UN CINEMA CHE NON SI FA PI​Ù

Bruno Forzani e Hélène Cattet non soltanto omaggiano il cinema di genere italiano anni ‘70, ma capiscono perfettamente come si possa replicare.

Il loro cinema è fatto di immagini, suoni, corpi; è il cinema contemporaneo più simile a quello che si faceva in Italia, in cui registi del calibro di Mario Bava, Lucio Fulci, Umberto Lenzi e Sergio Martino fondavano i loro gialli su una forte base onirica. Da Una lucertola con la pelle di donna a Lo strano vizio della signora Wardh, passando per Paranoia e Orgasmo di Lenzi a Il rosso segno della follia di Bava, sono tutti film che si basano sulle “illusioni mentali” e psicologiche e su personaggi che hanno un lento declino nell’irrealtà, con ripercussioni nel mondo reale.

I due registi belgi mettono al centro quelle illusioni tipiche dei registi che prendono come riferimento, fondendole col metacinema, donandoci un giallo fuori dal tempo che racconta di un cinema che non c’è più.

John D. (Fabio Testi) trascorre le sue giornate in un hotel sulla Costa Azzurra. Quando misteriosi eventi e sparizioni prenderanno vita, in lui affioreranno i ricordi del passato, in cui era una spia sulle tracce di enigmatici e spietati nemici. I recenti avvenimenti si confonderanno con quelli passati e John sarà costretto presto a fare i conti con la realtà.
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24 mila baci che risuona da un jukebox mentre una misteriosa donna mascherata fa piazza pulita all’interno di un bar, non può non far venire in mente Lucio Fulci, con tanto di lacerazioni sul corpo che ricordano quelle che riceve Florinda Bolkan in uno dei capolavori del regista romano sotto le note di Quei giorni insieme a te della Vanoni. Così come la danza del personaggio interpretato da Céline Camara, adornata da un vestito fatto di diamanti, è identica a quella che Barbara Bouchet faceva sulla pista di Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo, e potremmo continuare ad arricchire la lista per un bel po’.
Foto
Ma la grandiosità di Reflection In a Dead Diamond non è limitata al puro citazionismo, quanto alla (ri)creazione di un’identità che ormai, esattamente come un diamante che ha perso valore, non viene più prodotta.
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E non a caso il protagonista del film è Fabio Testi, quell’attore una volta cult, oggi scomparso dalle scene cinematografiche (più in auge nell’ambito televisivo), che interpreta un personaggio che vive tra i ricordi di quando era Re e un presente fatto di lunghi sguardi verso il mare della Costa Azzurra e Martini (acquistati indebitandosi). Testi nel film è il metronomo del cinema di genere, e quando Cattet e Forzani svelano il trucco, lo spettatore non può far altro che immergersi con lui nel passato fatto di ruoli in serie e di una produzione cinematografica totalmente diversa da quell’attuale; ma che per 87 minuti rivive grazie a due registi che hanno capito tutto di quel cinema e che hanno deciso di omaggiarlo, non soltanto attraverso il meta, quanto in ciò che realmente lo strutturava: la forza sensoriale delle immagini.
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Di Saverio Lunare
05/07/2025

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