RIDER

RECENSIONE

RIDER - UNA STORIA D'AMORE (ANTI)CONVENZIONALE IN CHIAVE HIP HOP

Un giovane rider capita a una festa di Capodanno dell’alta borghesia milanese. Qui incontra una ragazza, anche lei finita a quel party un po’ per caso. Tra i due prende forma una storia d’amore raccontata come un pezzo hip hop.


Presentato come film di chiusura della Settimana Internazionale della Critica all’83a Mostra del Cinema di Venezia, Rider nasce da un’idea innovativa: realizzare un ibrido film-album. I registi Davide Pavanello (aka Dade, bassista dei Linea 77) e Roan Johnson dimostrano senza dubbio coraggio formale. La realizzazione, tuttavia, rivela fragilità tanto nell’intreccio quanto nella scrittura. Far cantare sistematicamente i dialoghi, mettendo in scena un Les parapluies de Cherbourg in chiave urban nella Milano del lavoro precario, sulla carta appare un’intuizione vincente. Quando però il testo si adagia su rime elementari in -are o -ere, scade inevitabilmente nell’effetto filastrocca. Anche la sceneggiatura esaurisce il potenziale dell’idea nelle premesse, emozionando solo a tratti quando trova il giusto equilibrio tra musica e immagini.


Rider può vantare la presenza di diverse star. Tra gli attori spicca Claudio Santamaria, che regala un’ottima interpretazione nel ruolo del padre del protagonista. Dal mondo della musica arrivano Rosa Chemical, Johnny Marsiglia, Ensi e Levante. La loro presenza però si limita a cameo estemporanei, talvolta persino stranianti quando un movimento di macchina rivela un improbabile Ensi in veste di tassista e uno stacco di montaggio sacrifica Levante al ruolo di centralinista. Se nell’album musicale, rilasciato in contemporanea con il film, queste collaborazioni funzionano con naturalezza, quando vengono trasposte sullo schermo la fama legata a certi volti spezza la sospensione dell’incredulità, senza amalgamarsi davvero alla narrazione. 

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Il film parte come la storia di un rider, evidenziando il contesto socio-economico al quale appartiene, ma la matrice sociale viene progressivamente messa in secondo piano in favore di una svolta noir debole e generica. La cultura rap, nondimeno, finisce per essere relegata a semplice modalità espressiva slegata dal racconto, sebbene, visto il cast, il film sembrasse rivolgersi anche al pubblico appassionato del genere.


Rider si merita un riconoscimento per l’audacia del progetto. Tuttavia, dopo una focalizzazione iniziale sul lavoro e sulla musica, il film scivola in un romance che sa di già visto, mettendo in evidenza il profondo divario tra ambizione formale e debolezza drammaturgica. Dade e Roan Johnson propongono un musical hip hop, atipico nella produzione cinematografica italiana, ma non sfruttano fino in fondo le possibilità narrative di questa scelta. Continuiamo ad attendere il grande film capace di raccontare i rider o il rap in Italia. 

Di Luca Palumbo

07/10/2026