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SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY

RECENSIONE

SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY - I NUOVI GIORNI DELL'MCU CON IL TENTATIVO DI CRESCERE

​Il quarto capitolo della nuova saga dedicata al supereroe newyorkese interpretato da Tom Holland cerca di portare al centro il cambiamento fisico e psicologico del suo protagonista, con la mutazione organica in aracnide e una mente che inizia a vacillare abbracciando poteri incontrollabili.

È la metafora della pubertà e del passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, e mentre Peter Parker deve scontare le conseguenze maturate nei capitoli precedenti e osservare in anonimato la vita dei suoi amici e di MJ proseguire senza di lui, una nuova e invisibile minaccia sta mettendo in pericolo New York.

La regia passa da Jon Watts — dietro la macchina da presa nei tre capitoli precedenti — a Destin Daniel Cretton (già nell’MCU con Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli), con l’obiettivo di risollevare l’universo Marvel dopo un periodo di insuccessi critici, in attesa di dicembre con l’uscita di Avengers: Doomsday.

L’obiettivo viene parzialmente raggiunto grazie a una prevedibilità cinematografica necessaria in questo momento a Kevin Feige e co., con la costruzione narrativa di Spider-Man: Brand New Day che si affida all’apparente volontà di districarsi il più possibile dalle bulimiche connessioni cross-mediali a cui ci hanno abituato nel recente passato. Appaiono personaggi secondari appartenenti all’universo Marvel, ma più come pretesti narrativi — che con un po’ di coraggio in più sarebbero potuti essere facilmente eliminati, come la Yelena Belova/Vedova Nera di Florence Pugh — o come spalle e nemesi caratteriali al protagonista (il Frank Castle/The Punisher interpretato da Jon Bernthal). Ma il fulcro centrale viene affidato interamente agli avvenimenti della saga di Spider-Man, sia nelle sue relazioni personali (la costrizione all’anonimato e alla solitudine), che con il lutto subito nel capitolo precedente che diventerà un elemento di connessione emotiva fondamentale nelle dinamiche del film.
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​Ovviamente il pensiero e il riferimento alla saga dedicata all’uomo ragno non può non passare da Sam Raimi e dallo Spider-Man di Tobey Maguire. La trasmutazione fisica e mentale del protagonista è uno degli elementi che hanno reso grande il cinecomic del 2002; le ragnatele venivano eiaculate dal polso — sia visivamente che con un fantastico effetto sonoro —, in un’associazione corporale fenomenale nella crescita di Peter. Brand New Day non possiede questa capacità espressiva; nel cambiamento fisico e psicologico dello Spider-Man di Tom Holland non sono presenti grandi intuizioni di messa in scena, se non per un dolce e buon momento cinematografico in cui il supereroe cerca di calibrare il ritmo delle sue ragnatele mentre riaccompagna MJ a casa.

La connessione tra i personaggi positivi e apparentemente negativi del film avviene attraverso l’empatia nella diversità, nelle capacità (in)umane che vanno gestite per far risaltare gli aspetti umani. Ciò avviene sia con Bruce Banner/Hulk con cui Peter Parker condivide la pericolosa trasmutazione, che con il personaggio interpretato da Sadie Sink (nascosto nella campagna marketing del film). Elemento, questo, che è portante e fondamentale all’interno di un altro brand, che rivedremo presto nell’MCU partendo già da Avengers: Doomsday e che diventa in questo capitolo di Spider-Man l’elemento di maggior interesse nella costruzione dei rapporti.

Spider-Man: Brand New Day è il tentativo di ripresa di un universo fortemente in crisi, affidato a un personaggio dal sicuro successo economico, portatore di un po’ di vibrante vitalità. E lo stato critico in cui naviga l’MCU si può osservare anche dall’esaltazione generale nell’accoglienza di questo capitolo, innalzato per la sua compattezza che sembra essere diventata un miraggio all’interno del mondo dei cinecomics dell’universo cinematografico della Marvel.
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Di Saverio Lunare
31/07/2026

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