THE ECHO CHAMBER
RECENSIONE
THE ECHO CHAMBER - L'ECO DELLA FORMA - SPECIALE VENEZIA 83
Ormai veterano della Mostra del Cinema di Venezia, Andrea Pallaoro torna al Festival per la quarta volta consecutiva (terza in concorso) per presentare il suo ultimo lavoro, The Echo Chamber.
Come i suoi precedenti lungometraggi, si tratta di una coproduzione internazionale — in questo caso tra Italia e Belgio — che vanta però un cast di prima linea composto da Alicia Vikander, Luca Marinelli e Susan Sarandon. Il progetto nasce da un soggetto incompiuto di Bernardo Bertolucci, la cui bozza è stata completata, dopo la scomparsa del regista, dalle autrici Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi.
Pur confrontandosi con Bertolucci, ritroviamo gli elementi cardine del cinema di Pallaoro come l’uso narrativo del silenzio, il rapporto costante tra spazio e personaggi e, soprattutto, composizioni estetiche curate e caricate dalle emozioni dei personaggi. Ma in The Echo Chamber, l’interesse del regista per le relazioni complesse viene declinato non più nello studio di un solo personaggio al centro della trama, ma in entrambe le parti di una coppia, Leo e Anne.
Come i suoi precedenti lungometraggi, si tratta di una coproduzione internazionale — in questo caso tra Italia e Belgio — che vanta però un cast di prima linea composto da Alicia Vikander, Luca Marinelli e Susan Sarandon. Il progetto nasce da un soggetto incompiuto di Bernardo Bertolucci, la cui bozza è stata completata, dopo la scomparsa del regista, dalle autrici Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi.
Pur confrontandosi con Bertolucci, ritroviamo gli elementi cardine del cinema di Pallaoro come l’uso narrativo del silenzio, il rapporto costante tra spazio e personaggi e, soprattutto, composizioni estetiche curate e caricate dalle emozioni dei personaggi. Ma in The Echo Chamber, l’interesse del regista per le relazioni complesse viene declinato non più nello studio di un solo personaggio al centro della trama, ma in entrambe le parti di una coppia, Leo e Anne.
Lo stesso titolo del film rimanda alla natura della loro relazione codipendente, ridotta a una camera dell’eco dove le parti in gioco alimentano una visione statica e distorta del proprio rapporto, escludendo ogni altra prospettiva esterna dalla dimensione che si sono costruiti. Un meccanismo comune per non affrontare una profonda sofferenza che non solo porta all’isolamento dalla propria vita, ma soprattutto conduce a una lenta autodistruzione e, simultaneamente, al logoramento del proprio partner. La nascita del loro rapporto all’interno della relazione medico-paziente rende ancora più evidente una dinamica in cui sfumano i confini tra cura e controllo.
Il limite del cinema di Pallaoro, però, è che spesso le situazioni o i conflitti dei personaggi sono suggeriti in maniera ridondante, fino a perdere di vista il senso della storia. Il risultato è che la lentezza del film sacrifica le emozioni, la tensione e la suspense veicolate dalla narrazione, che finisce per vivere solo di immagini, gesti e silenzi, dando la sensazione di non aver approfondito fino in fondo i suoi personaggi.
Il limite del cinema di Pallaoro, però, è che spesso le situazioni o i conflitti dei personaggi sono suggeriti in maniera ridondante, fino a perdere di vista il senso della storia. Il risultato è che la lentezza del film sacrifica le emozioni, la tensione e la suspense veicolate dalla narrazione, che finisce per vivere solo di immagini, gesti e silenzi, dando la sensazione di non aver approfondito fino in fondo i suoi personaggi.
Di Roberta Bellia
07/09/2026