WILD HORSE NINE

RECENSIONE

WILD HORSE NINE - L'IRRESISTIBILE
​UMANITÀ NELLA COMMEDIA SPY DI MARTIN MCDONAGH

​Ciò che rende il cinema di Martin McDonagh difficilmente replicabile è la sua capacità di mescolare i generi e di far coesistere toni e sentimenti appartenenti a universi distanti fra loro.

In Wild Horse Nine, il suo nuovo film in concorso all’83a edizione del festival del cinema di Venezia, Chris (John Malkovich) parlando con il suo collega Lee (Sam Rockwell) fa una piramide in cui una delle conseguenze della democrazia è l’omosessualità e a sua volta una delle conseguenze dell’omosessualità è la bontà dei formaggi. Nello stesso film, sempre Chris annuncia a una giovane studentessa cilena (Mariana di Girolamo) che la democrazia del suo Paese verrà ribaltata da un golpe militare l’11 settembre di quell’anno (il 1973) e che lo stadio Nazionale si trasformerà in un campo di concentramento in cui gli oppositori saranno torturati e uccisi. La naturalezza di come si passi dalla risata alla rabbia, dal divertimento allo sdegno, è il punto di forza dell’eccezionale film di McDonagh.

1973, dopo che a Chris — agente della CIA — è stato diagnosticato un cancro terminale, l’uomo ha deciso di passare le ultime settimane sull’Isola di Pasqua, con la volontà di registrare le sue memorie, ripercorrendo la sua vita e i compiti eseguiti per gli USA, tra cui un ruolo di rilevanza a Dallas nel 1963 durante l’omicidio di JFK.
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​Un John Malkovich in stato di grazia — con una prova attoriale che riconferma la grande direzione degli attori da parte di McDonagh — comanda la scena all’interno di questa masterclass drammaturgica su come costruire un rapporto empatico tra lo spettatore e un uomo che questo sentimento non l’ha provato, simbolo della glacialità con cui le forze occidentali hanno deciso le sorti politiche del resto mondo.

Così come nei precedenti film del regista britannico, i rapporti tra i personaggi e i luoghi diventano fondamentali nel percorso compiuto dai suoi personaggi. Rapa Nui, con i suoi cavalli selvaggi e i suoi Moai, non è diversa da Bruges, dalla cittadina di Ebbing in Missouri e soprattutto dall’isola di Inisherin che osservava la guerra civile irlandese dall’altra parte della costa. I luoghi sono da sempre i co-protagonisti dei suoi film e non solo contesti dove avvengono le azioni.

La commistione dei generi e il grande equilibrio tra commedia amara e dramma umano, tra sentimentalismo e cinismo, rendono Wild Horse Nine un’irresistibile ricetta vincente dove ogni ingrediente è dosato con maestria da un regista che — film dopo film — sta acquisendo sempre più maturità cinematografica.
Di Saverio Lunare
04/09/2026