WILDWOOD: I SEGRETI DEL BOSCO PROIBITO
RECENSIONE
WILDWOOD: I SEGRETI DEL BOSCO PROIBITO - L'IMPRESCINDIBILE AMBIZIONE ARTIGIANALE DI LAIKA
Il nuovo film diretto da Travis Knight — attuale CEO di LAIKA e alla sua seconda regia con la casa di produzione dopo Kubo e la spada magica — segna un punto di svolta per le ambizioni del cinema d’animazione in stop-motion. Wildwood, con i suoi 132 minuti di durata, è diventato il film in stop-motion più lungo che sia mai stato realizzato. Il progetto è entrato nei pensieri produttivi di LAIKA già nel 2011, subito dopo l’uscita del romanzo scritto da Colin Meloy e con le riprese effettive durate quasi cinque anni. Con il precedente Mister Link condivide il primato di film più costoso di sempre per la casa di produzione nata a Portland.
Ed è proprio la ricostruzione della città dell’Oregon, in una delle prime sequenze del film, a mettere subito le cose in chiaro. Wildwood è visivamente e tecnicamente qualcosa di mai visto prima, con una quantità di dettagli microscopici e un’attenzione minimale all’importanza della creazione artigianale; ed è anche una grande avventura, una di quelle che appartengono ai romanzi per ragazzi e a un certo tipo di cinema molto in voga nei primi anni 2000, che nel recente passato, dopo vari flop, è diventato sempre più raro.
L’adolescente Pru, figlia di genitori estremamente apprensivi nei confronti del loro secondogenito appena nato Mac, decide di disobbedire agli ordini portando fuori dalle mura domestiche il suo fratellino. Quando suo fratello viene rapito da uno stormo di corvi, Pru, in compagnia dell’imbranato Curtis, si addentra nel misterioso Bosco Proibito per salvarlo, partendo per un’avventura all’interno di un regno magico in forte conflitto.
Gli elementi ci sono tutti: regni, potere, perdita, morte, magia, la grande battaglia in cui vengono fuori la forza e il coraggio dei sottovalutati, e soprattutto un imponente world-building, messo al primo posto da Knight e dalla sua produzione, anche a costo di sacrificare i personaggi e il loro percorso. Non è un caso che dentro un film dalla memorabile realizzazione tecnica, a essere meno memorabili sono proprio i personaggi, a differenza del più grande capolavoro di LAIKA, Coraline e la porta magica di Henry Selick. Alcuni riferimenti, narrativi più che atmosferici, al film del 2009 sono presenti, come la possessione da parte di una madre nei confronti di un figlio — l’arco del personaggio di Alexandra, le sue motivazioni e il suo rapporto con la mancata elaborazione della morte sono i più interessanti all’interno di Wildwood — e un’altra realtà alternativa a quella umana, dove prende vita l’azione, con le regole che appartengono a quel regno e con i conflitti già presenti e in cui i protagonisti devono muoversi. Questo è un vero e proprio leitmotiv ricorrente della casa di produzione, basti pensare al rapporto tra Norman e il regno dei morti all’interno di ParaNorman di Chris Butler e Sam Fell.
La bellezza visiva e il grande respiro dell’avventura magica rendono giustizia all’importanza che Wildwood possiede anche nella sua dimensione extra-testuale, attraverso l’imprescindibile ambizione artigianale di cui difficilmente faremo a meno, oggi più che mai.
Di Saverio Lunare
24/10/2026